Mercoledì 07 giugno 2006

IL GIORNALE DI VICENZA, pag. 32

 

LE STORIE DI SCAPIN. Le bellissime alture a sud di Vicenza sono una terra appartata, lontana da eccessiva opulenza

LE MILLE TENTAZIONI DEI COLLI BERICI

Magiche scoperte grazie alla fuga dalla città a causa della guerra

 

Colli Berici bellissimi, spazio appartato, luogo non intrigato da eccessiva opulenza e per tale altissimo demerito, solo lambito da strade vitali, mai troppo concupito da usurpatori, da popolazioni migranti o braccato da eserciti in estro di saccheggio, sempre a causa delle sue esigue riserve a fior di pelle, del suo ventre magro, sterile.

I pochi resti di opere da difesa e da offesa, gli insignificanti castelli, qualche torre smozzicata da avvistamento, non dimostrano forse che da sempre si doveva essere sparsa la voce tra quanti passavano da quelle parti che il gioco crudele della predazione non valeva la candela?

Anche se questa mancanza di grandi tentazioni, la loro estraneità da certe beghe non sempre valsero a salvarli dalle strafottenze delle guerre, dalle barbarie di qualche massacro. Come quando nel giugno 1848 gli austriaci ne assaltarono le pendici prospicienti la città di Vicenza per raffreddare i bollenti spiriti di quei riottosi cittadini con il pallino dell'indipendenza. In quell'intrigo i Berici erano stati tirati dentro per i capelli, perché quell'anelito si inseriva in un quadro guerresco di più ampio respiro.

O come quando, durante i pasticci intervenuti tra Venezia e la Lega di Cambrai, ben seicento sossanesi furono massacrati a ferro e fuoco dagli sgherri imperiali nella grotta di san Bernardino, proprio sopra il paese, loro che nella faccenda c'entravano solo di straforo.

L'ossatura di questi colli è alquanto complessa, come leggiamo nei libri, e a tale complessità contribuirono, nel giro di milioni d'anni, l'alternanza delle glaciazioni, le melme solidificate di lagune tropicali, le barriere coralline che le proteggevano, i vulcani con i loro parossismi e impazzimenti, le vomitate laviche, gli estrosi sbarramenti alluvionali. Disturbi tettonici ne decideranno la stratigrafia e regaleranno un aspetto montagnoso, dirupato alla parte orientale e una morfologia più dolce, coltivabile in vista della pianura padana.

Durante le ere geologiche, l'isteria carsica si ostinerà a provocare, a sconvolgere quelle povere viscere arruffate con correnti sotterranee di acque impazzite che scaveranno pozzi, imbuti e oltre quattrocento grotte, luoghi di rifugio di orsi, leoni, cervi, martore, volpi, m armotte, camosci. Vi abiterà anche l'uomo primitivo, come testimoniano oggetti, selci, armi, focolari, resti di cibo, tombe trovati in abbondanza.

Le melme lacustri solidificandosi avevano creato dei depositi di una pietra tenera, la pria da sega, affidabile per costruzioni, buona per statue e abbellimenti. Molti di questi giacimenti se ne stavano appena sotto la crosta dei colli, quasi a portata di mano. Esauriti gli accumuli facili, si cercò sottoterra. Gli esiti di questi scavi sono i covoli, cavità artificiali, che si aprono ancora numerosi. Furono abitati da eremiti, divennero rifugi, anche se non sempre sicuri, case di fortuna. Oggi fungono da cantine, depositi. Quelli di Costozza risalgono ai tempi dei romani, furono scavati da prigionieri. Sono immensi, si compongono di sale altissime, ancora ai giorni nostri sfruttate come fungaie. Durante la seconda guerra mondiale ospitarono fabbriche e officine.

 

Sono i boschi, le boscaglie, i prati naturali ad abbellire i Berici, generando suggestivi paesaggi agrari. Mescolanze di roverelle, faggi, carpini neri, aceri, bagolari, acacie con i loro primaverili grappoli di fiori bianchi e profumati, castagni dalle infiorescenze bionde, delicate che si staccano nel cupo delle loro foglie, gli ulivi d'argento, gli alberi di giuda con i loro fiori color lillà abbarbicati ai rami ancora spogli come sciami d'api. Prati aridi, sassosi, coperti da poca terra avara che nutre appena fiori ed erbe, ricchi di una loro selvatica bellezza. E le doline carsiche, le scudelette che si aprono in piccoli piacevoli anfiteatri, con le platee ricche di vegetazione. A separare, a incorniciare questi quadri, le asperità dei basalti, forati dalle grotte, le lave cupe dei vulcani. L'uomo ha poi disboscato, dissodato, fertilizzato, senza forzare eccessivamente la mano.

Ma i Berici non sono generosi nell'elargire frutti e raccolti e i contadini hanno sempre contrastato questa endemica avarizia allargando le loro colture alla soggiacente, fertile pianura, fresca di bonifica. Questa specie di colonizzazione ha generato una toponomastica curiosa. Il primitivo insediamento collinare mantiene l'antico nome, mentre il nuovo nucleo premetterà la parola ponte.

Così avremo Barbarano, Ponte di Barbarano, Nanto, Ponte di Nanto, Castegnero, Ponte di Castegnero.

Benché Vicenza sia un po' la capitale di queste bellissime alture, i vicentini, almeno fino allo scoppio dell'ultima guerra mondiale, non le hanno trattate con grande familiarità. Frequentavano il Santuario di Monte, si spingevano negli immediati fuori porta, arrivando magari fino al lago di Fimon, per pescare, per una gita in barca. Pochi altri si spingevano a piedi, in bicicletta fino alle contrade più riposte, alle osterie più defilate.

La fuga dalla città sconvolta dai bombardamenti dell'ultima guerra accelerò la loro scoperta. Anch'io sono stato nel numero di questi profughi, rifugiato in una casetta che mio nonno possedeva a Castegnero. La modesta tenuta contava su alcuni aridi campi in collina. Ad essi il mio ossuto antenato aveva aggiunto, come era la prassi, quattro campi di pianura ferace, chiamata la risara. Questa cesuretta sarà il caposaldo della nostra sussistenza, in quel periodo di rigore alimentare.

Ricordo ancora l'intrigante rovello che disturbò, tra il frinire ossessivo delle cicale, la nostra piccola tribù di cugini e cuginette, accudita da una zia maestra in una stanza dagli spazi miracolosi, che racchiudeva cucina, sala da pranzo, camera da letto e luogo di decenza: due pitali in ferro smaltato che formavano i nostri servizi igienici, uno in uso ai maschi, l'altro riservato alle femmine.

Dormivamo su un unico, enorme letto, formato da tante reti metalliche unite e che a volte diventavano la caporetto della nostra vigilatrice. I due sessi impuberi erano strategicamente divisi dal corpo catafratto della zia. Ogni sera, all'ora canonica, eravamo drasticamente esiliati fuori dalla nostra improvvisata suite, mentre la zia compiva l'affrettata vestizione notturna.

Noi maschi, eludendo la vigilanza parentale, ci appostavamo sotto gli ulivari ad insidiare gli uccellini implumi che pigolavano nei nidi. Sempre con la bocca allappata dalle cornole ancora crude che rubavamo nei campi altrui a ridosso di uno scaranto dalla morfologia lunare, ammiravamo i figli dei contadini catturare dentro una enorme pozza d'acqua recintata da lavelli di pietra e da abbeveratoi, guizzanti, atre anguille con fulminee immersioni.

Nei pressi della fontana Fozze, che ad un'ora fissa rifletteva sul suo specchio la chiesa della vicina Nanto, si ergeva una villa di non straordinaria fattura. Nell'aia amplissima che le si stendeva davanti, nei mesi di giugno e luglio sbuffava una enorme macchina a vapore che muoveva una trebbiatrice rossa e fremente che vomitava da un lato un flusso ininterrotto di biondi chicchi di frumento e per il didietro cumuli arruffati di paglia che si ammassavano quasi all'istante in enormi cumuli svettanti. Ad un edificio di pertinenza della villa era affissa un'insegna, con la scritta Stazione di Monta Taurina.

Per la nostra esperienza cittadina, ogni stazione postulava una dotazione di rotaie, ma per quanto cercassimo, cuginetti e cuginette, tra i campi arati, i prati fioriti, i filari delle viti, le piante da frutta, non ci era dato di scorgere alcuna coppia di rotaie spingersi da qualche parte. La zia messa al corrente delle nostre ansiose ricerche, cercò di non dare eccessivo peso alla faccenda. I nostri amici contadinelli interpellati, ci esortavano a più accurate ricerche.

I colli Berici, da sempre luoghi dolcissimi di iniziazioni amorose, mete gioiose di scampagnate, astronomicamente fertili, hanno allargato, anche troppo, le loro strade al passaggio delle automobili. Speriamo che qualche visitatore, magari stregato da queste immagini, sia indotto ad abbandonare la macchina, a proseguire a piedi, incominciando il proprio tour dalla Valletta del Silenzio, per proseguire fino alla Rotonda. Salga poi fino alla villa ai Nani e sosti in ammirazione dei Tiepolo. Si lasci sempre più tentare da questi colli bellissimi, perda pure la tramontana, avventurandosi tra le barriere coralline sigillate, penetri nelle grotte misteriose. Si spinga fino a Lonigo, ospite magari dei principi Giovannelli, nella loro villa alla radice del colle di San Fermo, indugiando in quelle plaghe per non far torto alla villa Pisani. Ritorni poi sui suoi passi, scruti con avidità i campi, i prati, le boscaglie. Invochi la dea Fortuna e la Madonna di Monte, chissà mai gli riesca di trovare le rotaie della mia infanzia.

 

di Virgilio Scapin